Una poesia amica

Capitano dei Dragoni

Maniero di muscoli,

presenza, scaltrezza, sguardo

per nulla in sordina

il tuo fascino

non ha discrezione.

Uomo,

sul campo

in battaglia:

i tuoi,

artigli mortali

e di forza brutale

e fiero Il tuo passo

da ascoltare

lungo e profondo

come ombra di un vecchio faggio

che si piega, nel sonno di un bosco

alle luci di una radura.

Sospirano donne,

le più belle

ammirate,

nei visi e nei corpi

appassiscono lente

pensandoti audace,

indifferente.

Il loro vigore,

la vita che circola

e pulsa vivace,

freschezza

di gioventù femminea,

ottocentesca.

Si spengono assieme

assorbite

nel desiderio

di averti.

Dal passato,

Capitano ritorna,

e trasforma

il grigio di  guerra,

il dramma del sangue,

il quotidiano male,

quando  monotonia

momenti insapori,

diventano adesso

come giochi d’acqua

rocambolesche

effimere avventure,

schermaglie d’amore,

fra il sacro

di una luce che avvinghia

ed il profano

di scurrilit

e sodomia,

traboccante di liquidi,

che trasudano odori

che traboccano vapori

ed un profondo ansimare

che chiami goduria.

Capitano dei Dragoni,

osserva,

il campo ai tuoi occhi,

disseminato di corpi

che vivono altrove,

non compianti.

Hanno un solo ricordo,

non più nemici

né combattenti

e neppure più uomini

né amanti,

Adesso li vedi

mutilati,

arresi,

e stanchi

informi  di carne putrida e terriccio

inzuppato di pioggia,

E tra le ossa

e pezzi di stoffa,

oggetti di una vita vissuta,

tu rivedi in essi

candide e calde

visioni di donna,

figure,

possedute ai tuoi sensi,

nel tenue sapore di frutta

e profumi di buono.

Distese in penombra,

sfinite nell’attesa e nell’atto

o dal gioco,

dal troppo entusiasmo

maturato in gioia

di un  lembo celato del sesso,

e poi lacerato.